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Dublino è quasi amore (pt.II)

Non sarà nemmeno facile parlarci con la musica così alta. Devo aspettare il momento giusto, che però arriva molto prima del previsto. Pietro e i due ragazzi che stanno sempre con lui Giulio e Marco escono dalla sala. Bene è il momento, decido di seguirli anche se ancora non ho ben chiaro come poter iniziare la conversazione. Si sono fermati appena fuori vicino all’uscita e parlano a voce molto alta; nonostante questo non riesco a capire di cosa.

L’aria è fresca ma non troppo, i colori del cielo d’Irlanda hanno tonalità mai viste prima. Rimango un attimo imbambolata di fronte a quello spettacolo; sono le 9 di sera e ancora il sole splende. Sapevo che avrei assistito a dei tramonti in orari improbabili perché siamo molto a nord, ma mai avrei creduto che sarebbero stati di quel colore.

Mentre gli altri due ragazzi mi danno le spalle riesco a soffermarmi per la prima volta sul volto di Pietro. Il sole gioca con i suoi capelli mori e crea riflessi strani, quasi dorati; anche i suoi occhi azzurri cangiano al sole.

Proprio nel momento in cui non avrebbe dovuto alzare lo sguardo perché la mia espressione era tutto tranne che intelligente, ecco che mi nota:
“Ciao Anna! Ancora non avevo avuto modo di salutarti! Come stai? Tutto bene?” passano dei secondi in cui a me sembra presa una paresi facciale. No, non riesco a parlare e quindi rispondo nel modo più automatico e scontato che esista
“Ciao Pietro! Si, si tutto bene. Tu come stai?”
“Tutto alla grande, grazie! Ci vediamo dentro, ciao!” – risponde mentre si incammina di nuovo dentro. Mentre dice ciao, la porta si richiude.

Rimango lì, ancora per qualche secondo sperando in un qualche miracolo che però non accade. Mi accorgo di non essere affatto capace di fare ciò che Elisabetta mi chiede. Torno nella stanza a vetri, la musica è alta come qualche minuto prima. Elisabetta si diverte e sembra spensierata. So che dovrò affrontare l’argomento ma decido di rimandare al giorno dopo. Mi defilo dalla festa prima di tutti e torno in camera mia chiudo la porta bordeaux e mi lancio sul letto. Penso a quello che è appena successo e non riesco a capire il motivo di tanto turbamento. Nella mia testa si accalcano le statue di Molly Malone e di Joyce, i profumi del grano irlandese, le facce dei miei compagni di viaggio e in questo vortice di immagini distorte e sconnesse, piombo in un sonno profondo.

Mi sveglia un rumore molesto come di porte sbattute. Guardo l’orologio, sono le due e mezza passate. Decido di mettermi almeno il pigiama e continuare a dormire quando qualcuno bussa alla porta:
“Anna sono io, apri” era Elisabetta. Con una stanchezza infinita mi avvicino alla porta e l’apro
“Ciao Eli”
“Ma si può sapere perché sei andata via senza dirmi nulla?”
“Non mi sentivo bene”
“Ma pensavo che dovessi fare qualcosa giusto? O l’hai dimenticato?”
“No Eli non l’ho dimenticato ma parliamone domani, ok? È tardi non mi pare il momento.” – mi fulmina con lo sguardo e senza neanche rispondermi si gira e raggiunge più avanti nel corridoio del flat il resto del gruppo. È notte fonda ma loro sono ancora svegli. Molto probabilmente erano rientrati qualche ora prima ma io non li avevo sentiti ed Elisabetta mi aveva cercato solo ora, quando si era accorta di non poter aspettare le luci del mattino.

Il giorno dopo la mattinata di lezione trascorre in relativa tranquillità. Ho evitato l’argomento con Elisabetta a colazione ma so che non potrà durare a lungo. Infatti a pranzo mentre tutti stanno discutendo dell’escursione del pomeriggio che sarà al birrificio della Guinness, lei mi richiede la stessa cosa della sera prima, in modo se si può, ancora più insistente.
“Mi vuoi dire cosa è successo? Altrimenti dovrò pensare che mi nascondi qualcosa!”

Qualcosa da nascondere forse c’è. Posso fingere quanto voglio o rimandare quanto mi pare l’appuntamento per fare i conti con me stessa, ma non ci vuole un ingegnere areo-spaziale per capire che Pietro mi ha colpita. Scaccio il pensiero come una mosca fastidiosa e le rispondo:
“No Eli non ti sto nascondendo niente, è che mi sono trovata in difficoltà, non sapevo come attaccare bottone! È un anno che non ci parlo e non ci riesco. Mi dispiace ma quello che mi hai chiesto non rientra nelle mie capacità, non è proprio possibile…”
“Ma proprio tu? Non hai problemi con nessuno, sei socievole e adesso è un problema parlare con lui? Scherzi vero?” Non so cosa dire, non c’è niente che in quel ragionamento non quadri. Distolgo impercettibilmente lo sguardo e vedo di nuovo Pietro che questa volta è da solo al tavolo e sta guardando il cellulare. Sento una specie di fitta al petto.
“Hai ragione Eli” cerco di replicare “non so cosa mi sia successo ieri sera cercherò di risolvere il problema, vedrai che andrà tutto bene” non so se cerco di rassicurare più me stessa o a Elisabetta.

To be continued…

Se ti sei perso la prima parte della storia di Elisabetta e Pietro, clicca QUI

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